Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era solo limitata alle donne. Gli uomini potevano [pg!143] entrare; le donne, invece no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino, e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti dei superiori.
Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere de visu l'interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno ne seppe nulla; ma quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede[148]. In dubiis pro anima.
Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di Cambridge.».
Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per dottrina, pietà e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, [pg!144] non meno che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l'Arena, prova che quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo trentott'anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente, musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare giammai.
Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre immagini nella chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle Provvigioni pel chiostro, stampe di costumi e di scene illustrate, che con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori stranieri[149].
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Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel sollievo di gennaio, di non pensare all'antica usanza[150]. Che cosa fosse questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire: salvo che per quello non voglia intendersi un po' di svago a Palermo, dentro il monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei giorni freddi d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi delicati che si riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo sfarzo dei nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale quanto il letto dei Predicatori e le mense dei Cappuccini:
Lettu di Duminicani,
Lussu di Binidittini,
Tavula di Cappuccini.
Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert'aria d'altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d'altri ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro. Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano [pg!146] in motteggi in pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie dei proprî conventi.
Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della verginità di Maria, da essi posta in dubbio.