Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di Palermo[151], e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò non essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici. Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente dopo che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata depressa per l'abolizione del S. Uffizio.
Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità [pg!147] dei falegnami, i Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli, proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S. Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per le vie: Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano![152].
Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali era d'obbligo l'intervento delle comunità religiose. La precedenza di queste dava luogo a liti non sempre definibili dall'autorità ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.
Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.
Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi fine alla controversia agitata [pg!148] con eccessivo calore degli animi tra i pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione del rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia», ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».
Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle processioni e nell'associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini notissimi per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla [pg!149] questione»[153]. Il Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che s'imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli esercizî di religione, ai quali son chiamati»[154].
Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a rompere la devozione!... [pg!150]
[CAP. IX.]
LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.
Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D. Filippo Lopez y Royo, Arcivescovo della Diocesi di Palermo, riceveva la seguente partecipazione: