Qualunque fosse l'età nella quale una bambina veniva ricevuta in monastero (e si cominciava anche a quattro, cinque anni! giacchè di buon'ora voleva crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse dimenticare quello di famiglia), al settimo anno essa faceva la ufficiale entrata di educanda. Era quella una funzioncina tra seria ed infantile, alla quale [pg!159] parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto le monache, con le quali ricevevano in comune dolci e rinfreschi, pur non avendone i regali e le galanterie.

Da educanda passava a novizia vestendo l'abito religioso: funzione che esigeva l'offerta dell'abito, della manta, oppur della tovaglia, o d'altro al monastero, di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna religiosa, di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi a tutto andare, così dentro come fuori il monastero, e di ori e argenti e moneta sonante.

Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe avere lunghi particolari. Il lettore potrebbe a passo a passo seguire la giovinetta educanda nei sei mesi di perseveranza precedenti il noviziato medesimo, fuori del monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi, o in graditi ritrovi, in città e in campagna: occupazioni tutte preparate con tal fine astuzia da non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro; studiarla nelle settimane di probazione; ammirarla finalmente nel giorno della monacazione. Giammai ragazza al mondo s'avviò a giurar fede di sposa con festa e lusso pari a quello di lei nel momento di questo primo drammatico atto della vita claustrale. Sciolte sulle spalle le lunghe, lucentissime chiome; candide, ampiamente strascicanti per terra le vesti nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi il collo delicato, le orecchie, le dita, ella s'appressa ad abbandonar tanta pompa per divenire la sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle forme [pg!160] mondane ella viene smettendo, fino all'ultima, (che è terribile sacrificio per una donna!): le chiome, sulle quali, forbici inesorabili s'accostano crudelmente recidendo, e che la genitrice reclamerà per la famiglia, doloroso testimonio d'una bellezza scomparsa. Il saio monacale copre subito la gentile figura, ohimè! così improvvisamente trasfigurata!

Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo tornarvi per fermarci sui parati e sulle macchine che si costruivano in chiesa, sulla grande musicata per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari, sulle lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti alle monache e sulla profusione di dolci tra i presenti e gli assenti, tra i funzionanti e gl'impiegati, i protettori, i familiari, i clienti del monastero, non escluse le converse, le cameriere, le donne esterne di servizio. Ma nossignore: più tardi verranno i primi ufficî e lo insediamento in essi. Vanitosa come figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del settecento, la giovane religiosa non vorrà restare indietro alle consuore che l'han preceduta. Che si direbbe di lei, che della sua casa, se la infermiera o la refettoriera non impiegasse qualche somma in ornamenti, apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada di mezzo il livello riserbatosi, si contraggono pure debiti, la generosità va fatta!

Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo abbandonarci per tanto sperpero; ma a che giovano esse se non giovarono i continui ricorsi dei congiunti delle moniali al domani d'una professione? Limitiamoci [pg!161] a deplorare con una vittima del tempo, certo Lombardo, la elusione delle leggi, e solamente confermiamo il baratro che nelle case aprivano le pompe monacali; donde «una delle più dure concause della decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale e di tutto il Regno e le scandalose dispiacenze tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come abbiam detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di vita di educande; le figlie per la conseguente riduzione della dote[160].

[pg!162]

[CAP. X.]

LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.

Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo, nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del monastero: ella

Sarrà fatta sagristana,

Purtunara, cucinerà,

Spiziala ed infirmerà,

Cillarària sarrà,