come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di borsaria, di rotaria, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di Badessa[161].
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Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella è ad esser servita. Un confessore non le si potrà negare: l'ha ogni monaca, vuole averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che abbia altre penitenti[162] nel medesimo monastero[163]. Lui direttore dello spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa riverenza; a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua gli manda i più squisiti pupi cu l'ova; per S. Martino, i più teneri biscotti pieni; per Natale le più dure mostacciole; anzi, perchè di grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti pantofali[164]. Nella ricorrenza dell'onomastico [pg!164] o del compleanno di lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di mandargli un grande vassoio ('nguantiera) con dolci speciali del monastero, o conserva di scorzanera (scursunera), e sopra o intorno una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di cucchiaini da caffè d'argento. La domestica esterna (mamma), portando questi doni, o un'ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere studiare tutte le mosse del padre (confessore), imprimersi nella memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.
Or com'è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva permettersi tanto lusso di regali?
Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione; potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per sua soddisfazione..., fare qualche [pg!165] elemosina, far celebrare qualche messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello che teneva in cella, servirsi di alcune cose d'argento, ricevere tutto quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui avesse obbligo...» Excusez du peu!
Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste ed altre licenze?
— «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito; «perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell'Abate».
E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?
— «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie opinioni, da uno a quindici scudi[165], fino a cinque dei quali solo pel confessore.
Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così semplice come si presentava. Una volta (1755) l'Arcivescovo Cusani, fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni monastero, senz'alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore ipso facto incurrenda, [pg!166] che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi all'incontro, sotto pena di sospensione ipso facto incurrenda non potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna dalle medesime»[166].