L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo, mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di primo ordine. L'Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio. Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell'altro mondo.

Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: Ragguaglio delle contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de' Monacati e Professioni delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro monisteri senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione ai voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro l'Editto stesso e l'Ordinaria, e la delegata giurisdizione dei Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407). [pg!167]

Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature, servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero. Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel 1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo, diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò, vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.

Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. [pg!168] Le monache, diceva il Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo bisogno dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio del monastero (1782)[167].

Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in monastero[168]. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene, accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero[169]: il che fa onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva da siffatta [pg!169] sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe occorso l'intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i canonici, i prebendati? Cujus culpa delle 70 onze che ci volevano per tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di sottrarsi?

Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva[170].

Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799) quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R. Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei. L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini: somma complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire 892,50)! Di questo un po' male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata nella Reggia, [pg!170] emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.

Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua espressione e non pensare a nuovi trattamenti per lo appresso.

Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.

Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e si godette, l'una più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via quelle settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz'altro smettere; ma non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una scena appesa: appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti, le carapegne non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l'uso d'allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.