Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.
I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in prestito, senza speranza [pg!171] di poterlo prontamente restituire. Parati, illuminazioni, musicate, Pange-lingua in chiesa, illuminazioni a cera di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di Trabia), conserve ed altra roba da dessert; e poi doni di altri dolci, di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.
Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri visitati s'indebitava per la cifra tonda di trecent'onze (3825), e quello delle Vergini, di seicento (7650)!
Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose esplodevano violente. — «Fu la Badessa che volle spender tanto!» esclamavano le une. — «Furon le suore che s'imposero, perchè le monache di Sett'Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!» rimbeccavano le altre. — «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio», aggiungevasi, mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura «su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono [pg!172] come se tutti i monasteri possedessero banchi di danari!».
E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della «Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa l'intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:
Dijuna, o monaca, fa' pinitenza:
Scutta li sfrazzi fatti a cridenza![171].
E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto intendere che non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale visita, un ultimo verso della canzone esclamava:
Viva la monaca d' 'i Repentiti!
Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo, però, non dev'essere stata gran che, se nel vecchio Ceremoniale del P. Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere correttamente nell'anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non fosse bastato[172].
Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria [pg!173] sarebbe errore, almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi Collegi, quello dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.a Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi, nell'istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè della educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel grado d'istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro, dell'ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere gli ufficî divini.