Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori, celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere sacre rappresentazioni, scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del [pg!174] chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione d'un ideale intensamente carezzato.

Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos, moglie del Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d'allora, «della scelta musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità e suor Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti, la prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la terza di violetta d'amore e violino[173]. E ci volle coraggio ed abilità per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.

In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.

Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla limitatissima istruzione delle donne anche dell'alta Società, in Palermo raccolse con piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco, avesse scritto di morale[174]; ma se si fosse fermato un poco più sull'argomento, avrebbe saputo che altra [pg!175] moniale, Anna M. Li Guastelli, avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.

Ma di essa, a tempo e a luogo.

Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo elemento culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo nobili o civili; ma erano accettate come soggetti. Soggetto nel linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo) senza quell'appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei requisiti per l'ammissione e l'accettazione da parte delle comunità.

La soggetta occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se non la razionala interna, era sempre la scrivana del monastero o la segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare a chiedere le une e le altre.

Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione, con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era tale da consentire più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità. Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori. [pg!176]

Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario, ne visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S. Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett'Angeli, delle Teatine di S. Giuliano ed altri con sott'ordini e sottoregole di Santi e di Sante.

Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla convenienza, o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800), suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina [pg!177] la Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione[175], riposava lietamente all'ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.