Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales Dorotea Lanzirotti.

Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora Maria-Anna di Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare all'ambito titolo di Badesse.

Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i [pg!178] tetti, sporgevano, a brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli e dell'Origlione, di S.a Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi, tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara, che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all'audacia spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di tunnel che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena, i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di quest'opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni, creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la malafede poteva far concepire.

Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri, laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze. Chi vide prima della loro trasformazione [pg!179] S. Vito, le Vergini, la Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico precetto: Servite Domino in laetitia. Eppure

Pri la monaca racchiusa,

Ch'avi sempri ostruzioni,

Facci pallida e giarnusa

Isterii, convulsioni[176],

questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli una alle Petrazze, il Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in figlio succedendosi, ne avean cura.

Ed anche questo non bastava.

Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il permesso di uscire di monastero quattro volte all'anno[177]. Era un privilegio speciale, [pg!180] che si ricordava sempre con invidia dagli altri monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto Houel intrattenendosi di questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il languore, la noia, il disgusto del chiostro[178]. I medici erano in ciò d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i loro certificati con la formula voluta: affermo con giuramento, senza la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.

La Curia arcivescovile un po' severa non impediva, ma forse concorreva a diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi. Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti, se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli». Se s'incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la tonaca»[179], il nostro pensiero ricorre senza [pg!181] altro a quelle che decisero Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a proibire le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti monastici, infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non solo per donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all'uopo tornerebbe utile alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della curia arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne dicono quelle del Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo[180].

Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi non di rado, i matrimonî d'amore. La monachella del Meli, stanca della vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale: