L'avvocatu miu alliganti
Già cumprènniri m'ha fattu
Chi pri mia ni nesci mattu:
Spusa sua certu sarrò[181].
Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato Don Onofrio Paternò, suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione. Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno [pg!182] vagheggini e pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell'edificio dei trentasett'anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini maturi. Donna Maria-Antonia però
Sta come torre ferma che non crolla,
perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi, quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa vedova D'Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:
Middi livreri supra 'na cunigghia,
Quali s'era a Diana dedicata,
Cci currevanu appressu a parapigghia,
Ed idda intantu si stava ammacchiata.
Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)
Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata,
Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia,
E fici a tutti 'na cutuliata[182].
Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere stata vent'anni col ruvido saio all'Assunta a sbisoriare ufficî divini, alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti [pg!183] tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno, di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D. Bartolomeo Avarna[183].
La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la povera Monaca dispirata del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i motivi:
E d'allura in poi, in avanti,
Nun saròggiu cchiù 'nfelici;
Di lu munnu chi Diu fici
Comu l'autri gudirò.»
E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l'unica fedele pittura di quella vita.
La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal chiostro; ma dovette [pg!184] accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che, non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo raso come quello dei forzati, e con le