Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a monache era la differenza d'istituti nei quali esse convivevano. Le nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle medesime entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse non lo era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran solenni e perpetui: nè c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad assumere carattere religioso interamente diverso dall'originario. Il primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro [pg!188] delle donne peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche fuori Sicilia. L'autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l'autorità civile rimaneva indifferente[187]. Aggiungasi le velleità delle collegine, le quali con voti semplici e temporanei si atteggiavano a professe di voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache professe: e si avrà la chiave della tacita avversione delle monache autentiche a quelle che non lo erano.
Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate. Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla badia di Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri [pg!189] di seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo[188]. Se l'arcivescovo Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa trasgressione dei sacri canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè, venendo egli sovente all'Albergo delle povere, guardava con occhio benevolo il monastero.
La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò non finisse in una terribile tragedia.
Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste soglie d'una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia finita, la superiora ci prendeva una carcerazione [pg!190] allo Spedaletto; ma si dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.
Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782, quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.
Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.
Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?
Ciascun monastero aveva una piatta, un manicaretto, ch'era come il suo distintivo. Giacchè, non pur l'emblema in marmo o in legno sulla porta del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il Charitas per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d'ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo [pg!191] si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.
La lista di tante golose specialità ci offre altresì le caponate dei Sant'Angeli, le ravazzate di ricotta di S.a Elisabetta, le impanatiglie di conserva dell'Origlione, le quali accrescevano lustro e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di cassate si riversavan fuori di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale, migliaia di cannoli di vera ricotta con relative teste di turco e cassatelle della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S. Vito pompeggiava con i suoi agnelli pasquili, la Concezione con le sue muscardini pel festino di S.a Rosalia, i Sett'Angeli con le loro mustazzoli, e S.a Elisabetta con le sue nucàtuli per Natale, in tutto l'anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili loro mussameli e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si presta anche oggi ad un poco decente qui pro quo. Grandeggiavan da ultimo S.a Teresa con le cassate in freddo, e S. Vito, mirabile dictu! col suo sfinciuni, un vero poema per i più autorevoli maestri di gusto, come la pasta con le sarde, complesso piatto nazionale della felicissima non che golosissima Capitale dell'Isola. [pg!192]
Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato quinto peccato mortale[189].