Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto lusso non potevano permettersi: ed anch'essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza, quale per lo scàcciu: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite (Cappuccinelle), quale per le olive piene (Assunta), quale per altro[190].

E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle inevitabili indigestioni per tanti pasticci, cassate, cannoli, frutti, ravazzate, creme, zuccate, sfinci, sfincioni, olive e mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto. [pg!193]

[CAP. XI.]

DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.

Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri, tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.

Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi l'infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all'ombra del quale confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di toccare, neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare infiniti fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per [pg!194] semplici dimenticanze, magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo, al Giudice della Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun valore.

Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno i fatti che verremo brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella scelta.

Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama. Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore, Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po' d'acqua sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, [pg!195] e presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla comunale, al Pretore cioè, questi illico et immediate si fa condurre innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani, conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di giustizia[191].

L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.

D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d'ingiurie. Questi un po' pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo. Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli, Segretario interno del Regno di Sicilia. [pg!196] Risultato ultimo (18 sett. 1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione[192]!