Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!
Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d'onore. L'abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì. Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al dito aspettando un'occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva che la carrozza ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi (come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende. Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita: attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria, la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del Senato: vespri, messe solenni, [pg!197] processioni, occupando solamente il luogo dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto[193].
Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.
Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte d'Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco, (1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno d'imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, [pg!198] e ne riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore effettivo era investito[194].
Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del Corpus Domini, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788), funzionasse il Priolo tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato fiscale della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente intervenire[195].
Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto quanto il Senato tenesse al titolo di Eccellenza, ed a quali accordi addivenisse pel retto uso di esso.[196] Accade ora avvertire quanto vi tenessero anche altri senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo lo attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare certamente, ma caratteristico.
Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della carestia. A renderli men gravi due commissarî [pg!199] generali vennero dal Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi, il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato: questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell'Eccellenza. Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell'Eccellenza, titolo al quale quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece dell'Illustrissimo. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L'offeso se ne richiamò subito ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a dargli soddisfazione del mancato riguardo[197]. Ma il nobile giovane fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver mormorato: Paglietta d'un giudice!... non tibi, sed Petro!
Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa giornata nel Palazzo senatorio?
D. Ippolito — il lettore lo conosce bene — era Maestro di Cerimonie e Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non doveva parere [pg!200] all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei beneficiati».
Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato, piacendogli infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè, quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»[198].