Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta della Kalsa, che per la processione infra ottava del Corpus Domini chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa nella sua chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera, filiale del Senato, al Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni e tutti i veto degli officianti di Casa Professa, provvisoria cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro interessati. [pg!201]
I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la estrema unzione.
Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal Papa di professare nel monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all'annunzio del breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se l'ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo sosteneva le parti del Papa; il Vicerè quelle del Giudice[199], e dopo una lite fastidiosamente lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del Papa.
A Mons. Airoldi, nominato vescovo in partibus, sarebbe piaciuto consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a non so che competenza, pro pacis amore egli doveva rinunziarvi, e sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario arcivescovile[200].
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Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva andar altro che l'Ordine dei Predicatori: e gloriam meam, esclamava il Provinciale di esso alteri non dabo!
Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».[201]
L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la incensazione dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava all'altare a prender l'incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le incensazioni. Più e più volte s'era dovuto [pg!203] occupare non solo il Senato, ma anche l'autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della diocesi[202]. Al canto dell'Agnus Dei il Cerimoniere saliva all'altare a prender la pace: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio della pace eodem tempore: e guai un indugio offendesse la maestà dell'uno, la dignità dell'altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?
Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato, al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i colpevoli.
Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch'egli impersonava. L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle etichette il colmo dello scandalo. [pg!204]