Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d'un privilegio d'ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo, bisogna metter fuori campo la sua riverenza all'incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu con generale risentimento raccontato che s'era tenuta una cappella senza cappello[203].

Un vero scandalo!

Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.

Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo. Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli, canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. — «E quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. — «Tre, [pg!205] Eccellenza.» — «E quante ve ne dettero?» — «Due soltanto» rispose incorato il canonico. — «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè; il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge indietro a furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.

Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro mai fecondo di comici aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest'opera, molti se ne possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell'Isola (1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere questa dolorosa verità:

«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa dei proprj diritti; ma è biasimevole nell'affare dei giusti diritti della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè? per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr. Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.

«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere l'ultima voce!»[204].

[pg!206]

[CAP. XII.]

IMPETI E RAGAZZATE.