A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via, fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva. Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.
Egli non avea più di 17 anni!
Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le donne coloro che più tenevano ad esser [pg!209] cavalieri. Niccolò Inveges sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben altra pena meritando sì volgare soperchiatore!
Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia, incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere, che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.
Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un duello[206]! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva da ultimo rispettata.
Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un mese non se n'avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne intimava al Conte di Aceto per un volante, che egli diceva essergli stato tolto[207]. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere ai proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un grave fatto di sangue!
[pg!210]
Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo schiavo. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto, Duca di Sperlinga. C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì; ond'egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una partita d'onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa, dar soddisfazione all'amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata. Accecato all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all'istante, avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l'assoluzione da un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni, costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell'ucciso erano, per grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi insignito della [pg!211] chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito del grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»[208].
Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L'uno, risentitosi di non so quali parole, avea dato all'altro una violenta percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare, incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.
Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale, che subito, de mandato principis, condannava alla Cittadella di Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori Principe di Resuttano pel [pg!212] Campofranco, e Marchese di Regalmici pel Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo (diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!... Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...