Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re, contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo non ci si vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire[209].

L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.

Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la rassegna. [pg!213]

Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi creati assalisce l'imprudente e lo picchia di santa ragione.

Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d'un fiacco di bastonate[210].

Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia stata con lui la Giustizia.

Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta, andato da lui per tradurlo in carcere[211].

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Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan pensare all'indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi, nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse valenti nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti[212]. Sta a vedere che il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si sia cavato più sangue!

Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava d'esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli, condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza[213].