A proposito di violenze non va dimenticata quella d'un tale, che con inaudito arbitrio imprigionava non [pg!215] solo un pubblico corriere, ma anche il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta[214].

«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie, le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano suscitando lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili, la reazione brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito, poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina, secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di S.a Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di dame e cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla notizia d'un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri [pg!216] giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»[215].

Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle Pensées et Souvenirs il Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta, donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria parola d'onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco[216], o come quella dei militari prigionieri di guerra.

I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d'alcova. Il pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all'umana natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate dai costumi e dal bon ton della dilagante corruzione d'allora. [pg!217] Forse i tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati di scandali; anzi vogliamo senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per ciò dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri bisnonni d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.

Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di vita siciliana: e lo faremo di volo.

Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.

Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e propria prigione) delle Malmaritate alla Vetriera. La cattura doveva eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame, come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri. Più severi non poteva essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il festaiolo Marcantonio [pg!218] Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico, ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito per la disubbidienza della Duchessa all'autorità vicereale.

La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e, nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in assenza del Fogliani!

E la cronaca prosegue.

Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e ducali, con questa partecipazione: