«Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l'onore di parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo avvìso»[217].
Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia, fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia. Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una pistolettata fu tutt'uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli veniva condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente [pg!219] andava a chiudersi — fatalità di vicinato e d'incontro! — a Suor Vincenza[218], dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito, rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile, cagione e origine de' gran disordini».
L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all'una, nè all'altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole sulle egregie dame.
Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente innamorato d'una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e replicatamente sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire, così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta dovette chiedere la carcerazione di esso. L'esperto uomo prevedeva i guai che Michele avrebbe fatti passare all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del 1787 sposava la Palmira Sirignano e [pg!220] Gajanos, più giovane di lui, che contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c'era da sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa. La tradizione racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di lui.
«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli. La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell'anno, che avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova, suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del 1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che, dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via Montevergini, salito più che di corsa [pg!221] alla terrazza, sparava lo schioppo sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.
Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si sospettò allora di persona la quale volesse riparare all'onore offeso della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino; la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta per la città.
La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando, rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di ripetere: «Son tanto sdegnata della verdura, che dal 1787 non mangiò più insalata»[219].
Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di conversazione pei salotti d'allora.
Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era entrata. Ma con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò [pg!222] presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta ferita. Non rasoio, non coltello l'arme, ma un ferro da pistola, stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale[220].
E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe Ventimiglia de' Conti di Pradres al suo volante, che però, non potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli assassini fin de siècle perpetrati da un certo signore di Catania. Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via discorrendo[221].