Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli dei vecchi costumi, rispecchiando il pensiero dei suoi concittadini sull'apparente prosperità dei suoi tempi, [pg!226] lanciava in una ottava una terribile frecciata sul magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato in Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in casa del poeta, e solo da poco è stata messa in evidenza nell'epigramma A Palermu, che è anteriore al 1800[224].
L'ardita accusa non determinava fatti speciali; ma la cronaca spicciolata d'allora deve averne raccontato qualcuno: il che può aver prestato argomento ai soliti pour-parlers a base di maldicenza. Si parla infatti della moglie d'un pezzo grosso del Senato, la quale avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito, oscurando, con doni che riceveva in compenso di favori, la fama del casato[225]. Si parla d'altri pezzi egualmente grossi del medesimo Senato che avrebbero preso «denari e sborsi di buoni capitali dai loro subalterni eliggendoli uffiziali, che era poi in sostanza lo stesso di vendersi il jus furandi perchè si soddisfacessero dell'impieghi che vi avevano fatti perchè vi campassero sopra».
Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore dei soliti si dice della giornata. Si parla altresì di un Senatore, che col nome di persone di sua fiducia avrebbe assunta la impresa della beneficiata di S.a Cristina traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca rivela, fieramente tonando contro le turpitudini del presente in così aperto contrasto con l'onestà del passato. Di quel passato egli stesso, a proposito della terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di Scordia, [pg!227] a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che la nettezza delle sue mani «lo metteva sommamente in pregio, e lo rendeva venerando»[226].
Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno del Pretore, sei de' Senatori. In palazzo e fuori si diceva di loro plagas; e ciò persuadeva il Senato a destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano costoro all'autorità competente; ma ne uscivano col danno e le beffe, perchè la loro reità restava luminosamente confermata da fatti e testimonianze; e l'autorità in persona, che era il Vicerè Caramanico, ordinava e comandava: «Che il Senato cacci via i sei Contestabili che assistono i Senatori ed il Contabile maggiore che assiste il Pretore per affari di annona; ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso per un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le più circospette e cittadini onorati, amovibili ad nutum etiam sine causa» ecc.[227].
A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero contro questa malnata associazione di malfattori: 1. Bald. Platamone, Duca di Belmurgo, Pretore; 2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa; 5. Gius. Amato, Principe di Galati; 6. Ignazio Migliaccio, Principe di Malvagna; 7. Pietro Ascenzo, Principe di Alcanà.
E giacchè la risoluzione assodava responsabili di [pg!228] gravi negligenze i «maestri d'immondezza», che mangiavano il pane a tradimento, con un tratto di penna venivano destituiti anch'essi, e soppresso il loro ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la pulitezza delle strade veniva affidato ad uffiziali addetti a consimili incumbenze[228].
Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del secolo, si andava compilando contro i Deputati di piazza[229], frodatori del pubblico e del Comune quanto coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel ladro di Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. dell'Asilo sacro. Questo processo finirà come molti altri: col «non luogo a procedere» d'oggi.
Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è mostruoso.
Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La Grua nel 1779 spediva nel corso di venti giorni duemila salme di farina. Chi poteva sospettarla adulterata? Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla Corte di Napoli, egli primo magistrato della città, pieno di energia e di zelo per tutto ciò che fosse pubblico bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella di Palermo se ne accorsero, bandirono il taglione contro il colpevole, Giuseppe di Maggio di Cristoforo, il quale pensò a salvarsi in tempo[230].
[pg!229]