Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti di alcuni istituti filiali del Senato. La grotta di S.a Rosalia sul Pellegrino e la Cappella di S.a Rosalia nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S. Francesco e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le quarant'ore e quella per la Casa di S.a Caterina da Siena, con l'altra della Casa e Rifugio delle malmaritate, la Suprema generale Deputazione di salute e la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade, quelle della Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana Pretoria, delle Nuove Gabelle, dei Corsi d'acqua, del Monte di Pietà, della Tavola, dell'Ospedale grande e nuovo, dell'Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria, pel feudo della Baronia di Solanto, per la Terra di Partinico, e per la Sicciara (Balestrate), tutte avevano amministratori proprî, dipendenti però dai centrali del Comune (1784-85).

I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni però per vecchi abusi d'ufficiali, per fiacchezza od inesperienza erano da meno, pur non potendosi incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni del carcere e della corda.

La indelicatezza dalle basse sfere montava alle alte.

Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni pubbliche leva al cielo i passati tempi vantati avversi a gratificazioni e compensi di qualunque maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza storica. Le gratificazioni, i compensi, anche per servigi [pg!230] privati, v'erano anche allora: ma portavano altro nome, e alcuni, quello di «toghe d'allegrezza». Nel capitolo sopra il Senato ed i Senatori ne abbiamo detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il che ci dispensa da nuove spiacevoli indicazioni.

La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio col pretesto di nuove nomine di alti rappresentanti dello Stato: e l'esempio partiva ab alto, dai Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento di siffatta toga all'arrivo del Presidente del Regno D. Antonio de Cortada y Bru: e credevano di non venir meno ai doveri di convenienza, di dignità, di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori. Il Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza, «faceva sentire la sua voce acciò si dessero pure a lui, segretario del Banco, le toghe d'allegrezza e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni qual volta si ripartivano ai Governatori ed agli alti ufficiali». Di più ancora: nel 1784 si deliberava di chiedere il permesso che si spedisse il pagamento non di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto a favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel 1785, per un nuovo parto della Regina, altre toghe si distribuissero fra loro i Governatori[231].

Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad ammettere nella Conservatoria di S.a Lucia ragazze che avessero oltrepassata l'età voluta dai regolamenti e che non fossero orfane rompevano contro il capriccio [pg!231] o il favoritismo dei Governatori medesimi. Quante volte non si passava sopra questa ultima e radicale condizione di ammissione, con pregiudizio di orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780 e in una sola consulta si fecero entrare fino a sette fanciulle, i genitori delle quali eran vivi e sani. Vivo e sano il padre della ragazza Gerfo, ammessa nel 1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782; vivo e sano quello di Marianna Ciminello nel 1783[232] e, scandalo forse unico nel genere, che disonora tutta una amministrazione, fu lo iniquo voto che ammetteva al sorteggio di un secondo legato di maritaggio Maria Anna Noto (1787), la cui sorella poco prima di lei altro ne avea conseguito[233].

Di parzialità in parzialità il Senato confermava in carica Governatori scaduti, per virtù di capitoli, non rieleggibili; ed i Governatori eleggevano avvocati soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero: un collegio di forensi, al quale tutto poteva abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano altresì avvocato straordinario con dispensa di un atto necessario e quindi indebitamente Domenico Candia.

Era tuttavia sonora l'eco delle tremilaseicento onze dai Governatori del Monte di Pietà spese per la copertura dell'edificio (1776); si parlava delle regalie che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle [pg!232] imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che si erano essi attribuite[234]; e già nel 1785 veniva in luce un nuovo gravissimo fatto, che gettava la desolazione nei poveri, lo sgomento nel paese: il fallimento dell'istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore e Razionale del ripartimento del Prèstamo», presentava un ammanco di 60,000 scudi circa. Alcuni ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si eran salvati con la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava: un lungo capitolo in versi accusava, amaramente scherzando, il reo, che a giustificare le agiatezze alle quali si era abbandonato dava a credere il rinvenimento d'un tesoro[235].

Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno generale, ma non meno grave. Ignazio Mustica, cassiere del civico Banco, falliva d'una ingentissima somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare a così inattesa iattura il paese? Con la connivenza e la cooperazione di alcuni ribaldi: il libreri (ragioniere) Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il largo, più destro e fortunato degli autori delle frodi e falsità commesse contro la fede pubblica pel Caricatore di Sciacca (1772)[236]. Caracciolo, irritatissimo, bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi [pg!233] li trovasse. La gente, indignata dei Governatori, ne reclamava la punizione: e la Corte pretoria mandava per mezzo dei suoi soldati di marina a catturar costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano essi il mercante Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori nobili Corrado Romagnolo (quello da cui prende ora nome la deliziosa contrada oltre la Villa Giulia) e Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato in casa sotto mallevaria del Duca di Cefalà: tutti e tre issofatto deposti dal Senato e sostituiti con altri più coscienti dei doveri elementari di giustizia e di onestà.

Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani a tanta frode, se ne addolorava non solo pel danno economico che alla Città ne derivava, e pel discredito della nazione presso il mondo, ma anche perchè c'era di mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il quale detestava i Siciliani.