Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere filiali del Senato e sulle regie[237]. Evidentemente, le inchieste dopo un disastro, non sono provvedimenti o lustre recentissime!

Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi quasi contemporaneamente (incredibile!) negli anni 1798 e 1799 tanto nel Monte di Pietà quanto nel Banco. Furti ed imbrogli nell'uno, furti ed imbrogli nell'altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai [pg!234] Governatori, venuti a capo delle frodi commesse dai loro ufficiali, la briga d'istruirne il processo, ed al Governo, l'ordine di una nuova inchiesta. Così l'avessero fatta per le duemila onze state spese per la costruzione del portico del Monte di Pietà nel 1790![238].

Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni dei due spedali Grande e di S. Bartolomeo lasciavasi sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri, egli diceva, son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una volta prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere pubbliche, e sopra tutto opere pie, che la perpetuità di officio nei loro rettori»: e lo diceva lamentando le cattive condizioni di entrambi gl'istituti di carità.

Altra maniera di frodi era quella della usurpazione di suolo pubblico per parte di alti personaggi del Governo d'allora, e perchè alti, lasciati in pace a godersi l'altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal tempo del quale ci occupiamo, il complemento della casa Asmundo Paternò di fronte alla Cattedrale. L'Asmundo, padre di quel G. Battista palermitano, che fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del Regno, ne decorò sontuosamente il prospetto, e vi fece alzare pilastri di grandi dimensioni che uscirono fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso. Ma il Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno ardì richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece, [pg!235] ma senza frutto, perchè l'abuso passò senza una parola del Senato, le seguente canzonetta:

Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti Paternò.

Avanti c'era un muttu cu sta frasa:

Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;

Ma ora chi crisciu cu la sò casa,

Si chiama la tartuca catanisa.

Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:

Omu putenti pigghiau chista 'mprisa,

Pirchì la giustizia è vastasa

E a cui c'incumbi si la pigghia a risa.

Pri civiltà la manu si ci vasa:

Ma 'un si ci loda sta spasa e sta spisa.

Un palmu e menzu si ritiri e trasa,

E a cui nun voli ci vegna la scisa[239]!

Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre a lumeggiare l'ambiente, e giova a farci capire come potessero avvenire certe cose anche fuori la città murata.

Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una villa, che fu già superba di marmi, busti, mobili e vasellame. Il denaro vi fu profuso con larghezza principesca. Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da inferriata, che ingombra la strada, e solo da pochi anni fatta rientrare dall'Autorità municipale per rendere estetico il luogo. Dietro è un parco che potrebbe dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè Presidente del Tribunale della Gran Corte e Luogotenente di Maestro Giustiziere. I contemporanei [pg!236] ebbero per lui parole più che severe, l'eco delle quali ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte di Napoli; donde il 6 febbraio 1786 come fulmine a ciel sereno giungeva un decreto di destituzione. Quella villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del possessore: e quando il potente di ieri non ebbe più modo di rialzarsi, lo si chiamò responsabile di sentenze inique contro il Principe di Belvedere, di basse compiacenze al Caracciolo a carico del patrimonio di S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî che vuolsi esser cauti ad accogliere, giacchè molto può avervi concorso la leggerezza dei facili novellieri, l'invidia dei non favoriti, le ire di parte lungamente represse. [pg!237]

[CAP. XIV.]

ASILO SACRO, O IMMUNITÀ ECCLESIASTICA.