E poichè la immunità era il salva nos dei frodatori del denaro pubblico e privato, ecco nel 1794 il fallimento per migliaia e migliaia di scudi a danno del Senato da parte «dei gabellotti del partito della neve di provvista della città». Giusto allora un certo Principe, «amministratore generale della neve, si cautelò sopra la chiesa dei PP. Mercedarî del Molo alli Cartara», (chiesa demolita non è guari), e «Girolamo Tagliavia ed Adamo se ne scappò da Palermo», anche per fallimento a danno di parecchi altri negozianti.

Giovanni Cane, «carbonaio di estrazione nell'arredamento della provvisione del carbone a male per la città», per molti mesi vendette a 14 o 15 tarì la salma il carbone che avrebbe dovuto per accordo ed ordine del Senato vendere solo a 12 tarì (L. 5,10). [pg!242] Guarentito dai suoi amici, scampava il carcere; ma il ribaldo lasciava nelle peste i suoi benefattori col solito rifugio sacro; come a breve distanza di tempo facevano nella chiesa di S. Domenico certi rei di tumulto[247].

Ecco G. B. Salerno, per mancata fidejussione, sottrarsi in una chiesa ai rigori della legge e dopo cinque anni di perduta libertà, stando sempre dentro o innanzi la chiesa, impetrar grazia al Re che volesse condonargli la pena in considerazione d'una paralisi ond'era stato colpito durante lo asilo e della estrema miseria alla quale e lui e la sua famiglia si eran ridotti[248].

Ma nel privilegio erano tante condizioni, eccezioni, riserbe che l'osservanza di esso rendeva eccessivamente complicata la procedura ecclesiastica e, peggio, la criminale e civile ordinaria, quando ci fosse stato mezzo di afferrarsi ad un addentellato qualsiasi. Vi sono esempî di salvaguardia accordata dall'autorità ecclesiastica per ragioni del tutto frivole: ed un Conte, dopo d'essere stato per due mesi nel convento di S. Francesco li Chiodari, volendosi costituire alla giustizia civile, otteneva una salvaguardia della sua persona nel convento medesimo[249].

E non pur complicata, ma anche elastica era quella [pg!243] procedura. Nelle chiese nelle quali mancavano luoghi comodi, il reo era facoltato ad uscire ogni volta che un bisogno lo imponesse. La immunità accompagnavalo anche per questo: e nessuno, in quel prosaico quarto d'ora, o per condizioni speciali patologiche, le quali potevano prolungarsi o ripetersi più volte al giorno, avea diritto di coglierlo in infrazione di legge d'asilo[250]. Guai allora, o nel momento della funzione fisiologica, o stando egli comodamente in chiesa, a mettergli le mani addosso!

Il 4 ottobre 1785 tre soldati della Compagnia rusticana di Capitan reale di Palermo strappavano violentemente dalla chiesa del convento francescano degli Scalzi un secolare testè rifugiatovisi per non so quale delitto audacemente commesso. Quei poveri soldati dovevano averne le tasche piene: sicchè, ghermitolo appena, lo bastonavano di santa ragione e lo graziavano d'una coltellata. Ne nasceva un putiferio, ed il Governo si affrettava a punire quanto più severamente potesse i suoi agenti infliggendo loro anche la condanna di farsi assolvere della scomunica nella quale erano incorsi.

Se vogliamo saperne qualche cosa, chiediamone al Villabianca il quale fu presente e descrisse la scena.

«L'assoluzione, egli racconta, fu data da uno dei canonici della Metropolitana, Orazio la Torre dei Principi la Torre. Vestito pontificalmente con mitra in testa e con cappa magna di color violaceo, costui si [pg!244] postò a sedere in sedia privata sopra di un talamo di tavole, apparato di tela azzurra, e senza coltra, che fu innalzato innanzi la porta falsa della chiesa di Porto Salvo nel Largo della Marina. Due vivandieri, o sian prebendati del Duomo, furono ad assisterlo, sedendo su due banchetti coperti di panni neri assieme con parecchi rossolilli, che son li ragazzi sagrestani della maggior chiesa. E qui facendosi salire li scomunicati, si denudarono ad essi le spalle. In questa situazione di cose gridò tosto il Canonico una erudita ed elegante concione al popolo che vi stava di sotto, concorsovi innumerabile, a portar rispetto alla chiesa, e battendo più volte i rei nelle spalle con verga di granato, s'ascoltò in tale atto la intonazione del Miserere dei defunti ad petendam Dei misericordiam fattavi dai suoi assistenti. Passò alla fine all'assoluzione pubblica, che a quelli concesse in ampia forma, giusta il rito di Santa Chiesa, con che prese termine il tetro, triste spettacolo»[251].

E pensare che era Vicerè D. Domenico Caracciolo.

Guardando con serenità agli effetti dell'abusiva interpretazione del diritto d'asilo sacro, il Vicerè Principe di Caramanico nel 1787 evocava le antiche discipline in proposito, ed ordinava: