Chi avrebbe mai detto che un privilegio che diede tanti grattacapi a Vicerè, che turbò tanti sogni di Capitani [pg!248] giustizieri, che fece tremare tanti giudici, dovesse un giorno andarsi a confinare tra i divertimenti dei monelli![254].
Tout passe, tout casse, tout lasse! [pg!249]
[CAP. XV.]
OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.
All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra forma, e in maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l'infima classe del popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.
Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne; scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.
Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna, rigurgitava in città, dove dietro un'abbondanza indolente, si moltiplicava come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente, difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati, attorno a' commestibili»[255].
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Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva uno di essi, una sera d'està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove sieno le quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri pezzenti. L'Italia in verità n'è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha cercato darvi riparo, ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso»[256].
Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli: