«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere d'accattoni, vanno trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de' veri poveri, perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le necessarie elemosine»[257].
Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a mezzanotte cercando d'impietosire e di scroccare qualche poco di limosina. Hager li sentiva [pg!251] gridare: «La divina Pruvidenza!.... Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!» Ma non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager, non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei fakiri dell'India»[258].
Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene la natura e la provenienza. Molti di essi erano d'un ordine relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire spensierati»[259].
Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi comodi neghittosi, mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.
Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse vagabondo, chi ceraolo[260], chi romito, addestrati tutti alle male arti di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno del 1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi della faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava nelle chiese elemosinando, [pg!252] e sotto forma di esercitare qualche mestiere, si dava a quello molto facile di commetter truffe[261].
Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze[262]; sicchè alla distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più particolareggiato e più severo:
«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti «costoro saranno condannati con le catene ai piedi»[263].
Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia. Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se [pg!253] mai la sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in questa s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi notturni; porzione è necessitata a fare all'amore coll'altrui roba, e si dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per la città»[264].
Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro giornata. Tra siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di scostumatezza: Fra Giunipero, contro la quale invano avean tonato bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti, determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una rappresentanza al Re in Palermo[265].
A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i [pg!254] fautori ed i posti loro. Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo: