«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne deriva notabilissimo pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina, nè restar sotto le pennate[266], tanto fuori le porte della città e della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia, della Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e parti dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare della frusta con otto azzottate (frustate), e di rader loro i capelli la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le ciglia»[267].
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Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso continuò ancora dell'altro senza speranza di fine: prova il rescritto sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle chiese»[268].
Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le cassariote potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano quali nacquero e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al vento che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro, e qualunque sia l'esempio altrui.
Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî? [pg!256]
Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena carestia.
Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane che i padroni avean gettato ai cani, altre morire[269].
Il Meli vide che
L'erbi cchiù vivi e inutili,
Li radichi nocivi
Cu l'animali spartinu
L'omini appena vivi.
E senza uscire da Palermo osservò pure che