Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei suoi magazzini dello Spasimo. [pg!259]

Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava esalazioni putride ed il morbo castrense. La cittadinanza, sgomenta, atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive terre di provenienza gli ospiti pericolosi[275], si sarebbero visti rinnovati gli orrori del 1624.

Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d'un anonimo francese nel 1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne curavano...[276]. Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo, Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto di questo concorso, attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi vent'anni»[277].

Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi nell'interno dell'Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:

«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè carne nè caci, [pg!260] nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante, che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti, spesso selvatici e di fichi d'India.

«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.

«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S. o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere di assaggiare un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli, vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»[278].

I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre raccontava: «Ai belli Frati (Villafrate) ragazzi ignudi o coperti di cenci, che nè di dietro nè d'avanti nulla celavano, assediano i viaggiatori, e chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere [pg!261] con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»

In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.» Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell'umanità, dal quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»[279].

In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria senza nome»[280].