Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più d'ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel Giornale di Sicilia del 1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di questa povertà importuna, oziosa e libertina, [pg!262] ugualmente perniciosa ed alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell'agricoltura, la madre ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»[281].

Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel capo che il saggio consiglio dell'articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie. [pg!263]

[CAP. XVI.]

LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la milizia, «nell'esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran promozioni, e quelle che v'erano andavano a beneficio dei cadetti?»[282].

Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla (Pri un granu si fa causa, dice un proverbio), all'indomabile passione di [pg!264] stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che il palermitano nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile[283]: quella specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico accordo, ma per sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista d'occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes scrisse tutto un poema sopra La vita delli amari litiganti, ed i proverbî sentenziano che Cui litica e vinci, nenti vinci, che Di 'na liti nni nàscinu centu; che La vurza trema avanti la porta, con ciò che segue[284].

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto[285], le due antiche statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in guardia contro espediente cotanto pericoloso:

Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti

Sciuni a la nuda comu li du' frati.

[pg!265]