Ma i processi di successione all'infinito per leggi feudali in vigore, «e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d'ogni altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle doti delle ragazze»[286] erano miniere inesauribili per una falange di sfruttatori, i quali — eccezione fatta di una pleiade di onorati ingegni, gloria del Foro siciliano — dal paglietta scendevano all'infimo scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per guadagnare nello spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e notifiche, e dal dottore in legge andavano al chierico; a cui, per lungo, invecchiato abuso, era libito l'esercizio di agente e procuratore nei tribunali[287].
«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la Sicilia»[288]. Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che conversando col Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le condizioni miserrime del tempo!
[pg!266]
«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla campagna in un'isola spopolata»[289].
Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest'ultima proposizione, come in quella dell'Ab. de Saint-Non. Infatti «non v'era casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con fondamento[290].
In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott'onze i primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi d'allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un buon poema didascalico sopra Il Colombajo, Antonio Vaginelli, Michele Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli[291].
[pg!267]
Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle Riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla pastorizia da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento, cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le Riflessioni, delle quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.
Sentiamo quel che esse ci dicono.
L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia generale.