«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società, come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie: quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero di uomini destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo onorifico d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora questi s'appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti, di cui abbondano le città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono [pg!268] del sangue e dei sudori degli uomini onesti, utili ed industriosi.»
Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la epigrammatica ricetta morale:
Recipe un chiveddu raggirusu,
'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;
Misce a curialata fatta all'usu,
Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu;
Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu
Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu[292],
Chistu sarrà un rimediu purtintusu
Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu[293].
I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a godere un po' di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar equità all'esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro l'abuso dell'autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la erezione delle tende e delle gabelle.»
Se un contadino con l'industria ed il sudor della fronte era riuscito a rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l'avidità del vicino prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste e catapulte all'assalto dei beni del [pg!269] contadino, costretto per ciò a sostenere le sue ragioni.
Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le sue parole lo descriviamo anche noi.
«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze[294], quelle per le citazioni e per i libelli, i terzi dell'onorario per gli avvocati, per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto di dieci, dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda quest'infelice di aprir la bocca per somministrar le sue ragioni, i termini tecnici del suo rustico mestiere e l'accento particolare del suo villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli insomma appena è ascoltato, niente è capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo gergo legale che sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei complimenti, viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne formano infinite copie a costo della borza del litigante; si mandano, e si ritornano [pg!270] con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano i giorni delle comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si scusano: sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le festività di Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.
«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario: si tornano a pagare, e così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che quest'infelice resta inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro, d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle istessa.»
Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul medesimo chiodo:
«L'istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue, l'asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità, unite all'infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano di gran lunga l'importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i furti non si curano, [pg!271] o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità, si moltiplicano a dismisura.