«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta gettare un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di altro magistrato cui s'è affidata la cura dell'amministrazione, e si vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un grande incendio»[295].
Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico Don Chisciotti e Sanciu Panza: ed i seguenti versi su Giove ne sono la sintesi:
Avirrà multu assai forsi chi diri
Di l'avvocati e di li professuri,
Genti chi a liti, sciarri e dispariri
Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri;
La società fratantu àvi a nutriri
Sti tali a costa di li soi suduri;
L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,
Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti[296].
L'organamento di questa vasta associazione per interessi personali era come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che si voglion de' giudici da parte de' litiganti dietro alle clientele e avvocazioni [pg!272] che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir la toga di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la causa»[297].
Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della causa.
I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d'un divertimento, nella vanità d'una villeggiatura una somma pari alla dote d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero, sovente non consentito dagli stessi introiti.
Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:
«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute [pg!273] cadere le vedove ed i figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con non poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati alla mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse l'animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle povere desolate famiglie»[298]. Condizioni per partecipare alla nuova istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei al Monte».
Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in ricevimenti e addobbi?
Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e meritò il plauso dei buoni. [pg!274]