Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più, osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che colui che pagava (ch'era il curiale della Casa), onde non si potesse dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due testimoni, che egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»[300].

Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L'opera degli avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.

Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui presentata [pg!277] al Pretore sopra un memoriale del Collegio[301]. Il La Placa, uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d'una giustizia dovuta o d'una ingiustizia indegnamente provocata? Se d'una giustizia, fa nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia, è addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e commetteva un crimine da codice penale.

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[CAP. XVII.]

CARCERI E CARCERATI.

Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n'erano quante le giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del Sant'Uffizio, specialmente le cosiddette filippine; ma vi erano pure le ecclesiastiche sotto il Palazzo arcivescovile; le senatoriali dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde, già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del Castello pei nobili e pei civili.

Strane le vicende della Vicaria!

Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d'Albadelista (il famoso jettatore del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere che vi erogò centinaia di migliaia di scudi; essa stette [pg!279] sotto la giurisdizione dell'autorità municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.

Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso rumoreggiavano gaiamente le argentee acque di due fontane. All'angolo destro sporgeva la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale e torno torno all'edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle povere creature» chiusevi dentro[302].