Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era un secondo conducente all'atrio, abitazione del carnefice. Nell'atrio, sinistri arnesi di dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773[303] spinsero [pg!280] una turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore, oggetto della più brutta imprecazione: Chi putissi vidiri la pila! come per dire: Che tu possa andare in galera![304].

In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato all'epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria, in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in proverbio sotto il nome di francesi: e camerone dei Francesi fu detta da quel giorno la lor notevole dimora, e francese cominciò a significare persona senza un quattrino[305].

I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore. Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro la sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle frequenti fughe di detenuti, [pg!281] pigliava provvedimenti acconci ad impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato com'era stato fin allora.

Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio 1787). Prima marcivano nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto, vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un firraloru, che a sferzate li metteva a dovere[306]. I delinquenti del Molo perciò potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i falsari coi violenti. Fosse, dammusi, «segrete», eran sottoterra, buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime[307]. Codesto carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di quell'anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate [pg!282] di legno, impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture di vivi. I canti popolari sull'argomento sono d'una evidenza spaventevole.

Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e centinaia d'imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai[308]. Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare, tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l'aspettativa dei giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!

Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita, egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino Igheras (1794)[309], se non ci fosse stata l'opera della nobile Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di questi disgraziati, [pg!283] amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento, e convertendo questo in pane[310], che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire, quanti di questi infelici non sarebbero morti di fame!

E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan Giustiziere in quella dell'Assunta[311].

Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano romperne la insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in tanta miseria: gli insetti[312]. Il pediculus capitis e la mosca erano i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi ignudi; [pg!284] prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera. Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò Jocu di pidocchiu, o di la musca, o di carcerati[313].

Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un temporaneo trattamento umano?

E le malattie si facevano purtroppo vedere.