Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso, metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall'altro quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al bisogno la copriva con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era disegnata una forca[320].
La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo! [pg!290]
Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)[321], nell'apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra condannati e liberi, ben venti si offrirono all'infame ufficio, nuovo genere di caccia all'impiego, che dava appena venticinque grani il giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se non che, questo avea dei procacci, gl'incerti del mestiere, che po' poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze dalla Giustizia[322].
Il boia stava pronto a tutte le chiamate. Nun manca pri lu boja, diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva farlo altrimenti che con una verga, non [pg!291] dovendo egli posare le mani nefande su nulla. Era sempre accompagnato.
Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all'ingresso delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.
Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal 1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l'aquila inargentata. Un lordone, ossia uno della nazione lombarda, di S. Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta (1773). Ma egli era più fortunato di quel cancello (vetturale), a cui per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della vendita del mulo che gli dava da mangiare! [pg!292]
Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni giovani, d'ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba, redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo spettacolo ha questa strofe:
E ddu scintinu boja
La mula chi arrinava:
La trummetta sunava,
E spiavanu chi fu.
Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d'infamia sopra una spalla, segno che era la lettera F. colla data del delitto. Così era facile leggerglisi, p. es.: F. 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi, segni fatti a punta d'ago sulla viva carne[323].
Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante la toga senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò. Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano, pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al giunger di questi, si chiama il massaro dell'Ospedale dei matti, e gli si affida con le [pg!293] catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie di pelle.