Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando non so quante messe e confessando.
Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto sgabello dietro la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto, e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale, cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d'ora la tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la folla ferma il passo.
Ciò accadeva il 22 luglio 1784.
Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme che tutti conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.
Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea [pg!294] preso dal Tesoro certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi. Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di destra e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba, egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi[324].
Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante pel popolo grosso, il bruciamento d'un libro, d'un oggetto, sentenziato contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.
Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena, sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.
Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo, seguì l'arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia [pg!295] ed a favore della potestà baronale in Sicilia[325]. Condanne come queste partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi interpretati superiori ai regî.
Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico catanese Malerba contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro baldracche!»[326].
Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri giunti da Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger incontravano la solita sorte[327]; ed il 6 aprile 1799, una scena di codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C'era presente P. D'Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest'appunto: «Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del [pg!296] Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto illuminato»[328].