Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu fatto al Codice di Napoleone, del quale Pietro Colletta ebbe ad attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e bruciato»[329].
Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l'animo dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.
Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato fiscale (oggi Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi [pg!297] del dammusu, ove stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.
Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire nell'anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente[330].
La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due ore dopo l'Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora, specie nelle sere crude d'inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. [pg!298] I confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando per la elemosina delle messe da celebrarsi per l'arma di stu puvireddu.
I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (Li tri ghiorna di cappella, ed anche: Li tri ghiorna di lu 'mpisu) e passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione: lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio dell'anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di Scarichi di coscienza. Nessun occhio profano si posa ora su quel libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime[331].
E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse servono di lenimento ai lor cuori esulcerati? [pg!299]
Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria), ed ogni persona non ha più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si affatica a schiodare i ferri dai piedi dell'afflitto, come lo chiamano i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la Vicaria, dove non ritornerà mai più.
Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale della R. G. C. Criminale», manderà la solita bolletta di discarico d'un detenuto.
Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di brillanti mostre d'armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S. Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni genere[332].