Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col motto: Discite justitiam, populi. I prigionieri aggrappati alle spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente, fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si protendono, penzolano come grappoli [pg!300] di corpi umani migliaia di persone. I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la loro merce.
La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle spalle d'un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi, alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in ragione della gravità del delitto. In altioribus furcis, nelle più alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli stradarii, i grandi assassini. In altioribus furcis venne strangolata il 5 settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno, soprannominata la Vecchia di l'acitu, alle Quattro Cantoniere; in altioribus furcis il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni uccisore d'un sacerdote.
L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona [pg!301] Morte, perchè voglia concedere buon passaggio all'anima dello sventurato.
Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un fremito convulso invade ogni astante: l'umana giustizia è fatta! I Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera, per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati, nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca, affamata d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso amuleto.
Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un ladrone di campagna.
Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno. L'arbitrio dei giudici tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.
La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari (S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio, fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro Cantoniere. [pg!302]
I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate — macabri trofei — agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè ne avean sofferto le geste feroci. I canceddi, bordonari (mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone all'Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.
Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca in muratura quivi piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di supplizio, nel quale le membra squartate di [pg!303] un gran numero di ladroni erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi, si era piantata la spada nel petto morendo in sull'istante; gli altri, arresi erano stati impiccati[333]».
Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per pianca (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel 1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti, restando così noto a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero di essa pianca recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»[334].