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Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran rizzate le forche: e due aridarii in campis vi eran trasportati mezzo ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano spiccate mani e teste e appese all'arco della porta, ove rimanevano ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di Termini, terrore dei passeggieri.
Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798 Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro afforcato; indi trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi, fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle portelle e nelle gole dei monti[335].
Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo XIX, si vedevan sospesi ad una piramide[336]. E ve n'erano, come [pg!305] abbiam detto[337], anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per tutta la vita.
Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia, Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni, capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi, ucciso da un antenato di esso Villabianca.
La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò l'odioso motto: La furca è pi lu poviru; pel nobile, la decapitazione, che era molto rara, more nobilium; e quando la sentenza voleva essere più che severa, non potendosi togliere il privilegio della decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. Decapitetur absque pompa, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di una pena simile (1689), nel condannare a morte [pg!306] Francesco Paolo Carnazza dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne, imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un distintivo quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire sopra un materassino invece che sulla nuda jittena, giacitoio di pietra? di uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè più nè meno che usava l'alto ceto: costume lì per lì improvvisato appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.
La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri trinati d'oro, messo in iscena con vasi d'argento e servitori in livree di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il boia comune con le mani nude e sordide[338].
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Ultime distinzioni: la sepoltura ad libitum dei parenti ed i pubblici funerali.
Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor proprio della famiglia, che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare malfattore.