Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un solo esempio, l'anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il militare, napoletano o straniero, andava accomunato all'ordinario delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del Reggimento estero sassone, reo d'omicidio, non si poteva giustiziare senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e, accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere[339].

La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo maggiore.

Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto in così triste maniera nella milizia estera, si chiudeva [pg!308] peggio nella nostrale. Il 14 dicembre due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli esecutori.

Passiamo ora alla liberazione da morte.

Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d'un diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.

Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della Settimana Santa mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè approvava, e la grazia era fatta.

Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora tanti che la Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche, gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.

L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida: Giovanni Di Pietro palermitano[340]. Ordinariamente però la Compagnia presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia [pg!309] poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno scorridore di campagna.

Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio. Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent'anni senza che un rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell'antico privilegio la Compagnia[341].

Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa funzione della grazia.