Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di buon'ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.

Siccome tra gentili alme si suole,

la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse [pg!310] coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî che s'intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una e dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l'invito veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.

Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la gran torcia che recava in mano. Recto tramite tutti si avviavano al luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole, secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il lettore; certo però che «poco è più morte».

Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori, giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo, signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769 (citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del secolo) «comparì — dice il Villabianca — l'aggraziato Guzzardi vestito di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca regalatagli dal Superiore Chacon».

Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello in cotone onde apparisce il [pg!311] plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo da decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da impiccarsi.

«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso di questa disgrazia»[342].

Guardando da una finestra dell'albergo di Madama Montaigne, W. Goethe vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che ne riportò non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795, passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P. Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del Faust parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell'impostore Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle impressioni del primo, la cui Italianische Reise, venuta in luce solo nel 1816[343], egli, spigliato scrittore dei Gemälde von Palermo, non potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.

Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei [pg!312] Bianchi[344]; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.

Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!