—Evviva Pantalone! esclamò lo scalpellino. Come procedono i tuoi lavori?
—Benone, gli fu risposto: S. Abaco protegge il padrone che qui mi manda a lavorare in questa polvere raggrumata dall'umido. Qui si scava in abbondanza la magnesia che il mio padrone vende a buon prezzo ai farmacisti di Torino.
—Buon Pantalone, io gli dissi, voi non lavorate soltanto per cacciare i malanni dal corpo umano, ma eziandio per rendere più bella la luce che ci vivifica, perchè vi ha un nuovo trovato, il filo di magnesio, tratto da questa polvere prodigiosa, il quale dà uno splendore pari alla luce elettrica che vedeste in Torino nelle feste dello Statuto.
XXXIX.
Andai a pochi passi dalla cava di magnesia in Caselette, paesello di ottocento abitanti, che si distende sulle prime pendici del Musinè, ed ha al sommo un gotico castello, fiancheggiato da svelta torre cinta di merli. Quel castello, volto a mezzogiorno coll'amena vista della verdeggiante valle irrigata dalla Dora, appartenne ai principi di Acaia, di poi a nobili famiglie, fra le quali, ai Canale conti di Cumiana, ai Valperga del Canavese ed ai Cauda; ed ultimi a possederlo furono i conti Cays, antica famiglia nizzarda che n'ha tuttora la proprietà.
Per via fiorita salii al castello, e non appena feci annunziare il mio nome al sig. Carlo Cays conte di Caselette, che tosto egli mi accolse festosamente nel suo castello, come i più splendidi baroni del medio evo usarono coi trovadori, che andavano di terra in terra a celebrare col canto le imprese e gli amori della cavalleria feudale. In compagnia di lui e del caro ed unico suo figliuolo visitai le adorne stanze, che furono degne di essere abitate dalla madre e dalla consorte del nostro Re, nell'estate dell'anno 1854, ultimo della vita di quelle pietose e lagrimate Regine. Vidi un bel quadro fiammingo, L'adorazione dei Magi, di Francesco Franz, e l'oratorio domestico che finisce in dipinta cupoletta col nome di Maria nei vetri colorati. Mi fu mostrata la tribuna in cui solevano insieme orare le due pie Regine, come in Torino mirabilmente le scolpiva il Vela nella chiesa della Consolata. Mi fu pur mostrata una pianeta in tela d'argento, ricca di bei ricami, cominciati dalla Regina Maria Teresa e compiuti dalla duchessa di Genova, cogli stemmi della loro stirpe aggiunti alla Croce di Savoia.
XL.
Uscito all'aperto, osservai appiè del castello l'erta via, per cui si sale al santuario di S. Abaco, persiano di origine, morto martire in Roma nel terzo secolo dell'êra cristiana.
Quella scabra salita fu agevolata dal conte Cays e da altri divoti, e decorata di quindici cappellette, che in tela rappresentano le stazioni della Via Crucis. Due delle cappelle furono fatte costruire dalle nostre Regine, ricordate nel Musinè per atti di evangelica pietà. Raccogliendo queste notizie, erravo nei pensili giardini del castello fra cedri ed ulivi, e per viali di cipressi; e presso un salice carezzato dal murmure soave di acque cadenti, salutavo ver occidente il regale castello di Rivoli e ad oriente gli ubertosi piani di Torino chiusi dal colle di Superga.
Mi accommiatai dal conte ospitale, e nel suo cocchio traversata la valle, giunsi nuovamente alle acque della Dora.