XLI.

Alpignano.

Case modeste vidi lungo le due sponde del fiume, e per erbosi clivi in gran copia acque spumanti che mormorano e biancheggiano fra le ruote di un molino ed entro grotticelle coperte di musco e di edera, e una fucina di ferro che mi assordava coi ripetuti colpi del maglio, e un antico ponte a tre archi, rifatto nel 1740, onde si varca la Dora, e presso al ponte un grosso masso di roccia, il quale, al dir del volgo, nella notte dell'Epifania fa tre giri intorno a sè ben sensibili a chi ardisse in quella notte stare sopra quel masso dove apparvero i tre Re magi. Queste sono le vedute e queste le leggende che trovai in Alpignano appiè del verde poggio, in cui fra gli olmi, i frassini e i platani, e fra ogni sorta di fiori si aderge il maestoso castello, sotto cui anco uomini savi credettero sepolto un ricchissimo tesoro.

Quel villaggio è sede di ozi beati, per cui la elessero a riposo delle cure politiche due vivaci intelletti, Pier Carlo Boggio e Felice Govean, allettati dall'amenità del sito e dalle storiche memorie.

XLII.

Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello, che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.

Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase padrone di diritto.

Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza ai monaci e la quarta al feudatario.

Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori dell'arte.

Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi, ornato giovane, che in mezzo a tanta amenità di paese e in compagnia di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.