Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde; ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada, interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto e bellezza d'arte.

Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel 1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di ricordo.

Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana, col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne nazionali.

Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi, ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel bronzo.

Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti, ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.

Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretare e significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.

Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici. Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento, l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti, colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito Sardo, il dì 15 gennaio 1857.

Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto dei Ripari, quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene la mano sul rinomato suo libro Delle Speranze d'Italia. Visitatori del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e andate oltre.

Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi degli altari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re d'Italia, in una cappella da lui eretta.