Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario. Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.
Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'Ave Maria del villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.
Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.
Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.
Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere, al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578, quando dal prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh! senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!
Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone, ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII, il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del Principe Tommaso.
Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que' fondi di nero marmo!
A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella beatitudine de' buoni.
Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano, nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal tedesco Giovanni Glim nel 1470.
Colà il Molineri detto il Caraccino nella vasta sala del palazzo, già ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute vagamente da angioletti; e ne' guasti caratteri de' cartelli si scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non già i fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura, come opinò il Napione illustrando quei dipinti.