Oh! chi non ammirò quella vasta e magnifica piazza, dove sorge la statua equestre di Emanuele Filiberto e un monumento alla carità cristiana nel tempio a S. Carlo Borromeo?

Quella piazza ricorda i cavallereschi tornei in onore del Re, e le pacifiche e festevoli adunanze del popolo. Colà io mi deliziai fra i balli e i concenti dell'Accademia Filarmonica, e nelle sale del palazzo Natta abitate dal conte Corinaldi mi beai alle musiche ed alle eleganti raunanze cui traevano in gran copia preclari esuli di Venezia, confortandosi nel trovarvi una imagine della famosa loro piazza di S. Marco. In quella piazza spesso mi fu dolce salutare il palazzo già abitato dal Sofocle Astigiano e quello del marchese Felice Santommaso, che mi accolse giovine poeta nella cara e venerata compagnia di Pellico, Paravia e Cibrario; e le case ospitali del conte Farcito e del conte Pernati, e la religiosa libreria Marietti, e il maestoso Caffè, in cui più volte conversai coll'arguto Baratta, il nuovo Marziale.

Queste serene rimembranze impallidiscono innanzi alla cruenta notte del 22 settembre 1864.

Il fischio del piombo micidiale assordò orrendamente quel luogo memorando, e la piazza fu ingombra di vittime.

Nella concitata mia mente ho veduto Emanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e levando la spada cercare intorno a sè gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente sclamava:

—Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?

—Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.

—Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.

Poi fu silenzio e solitudine. Soltanto si udiva il rantolo della morte tra il fumo della moschetteria che intenebrò l'aria; e i bronzei candelabri a gaz che illuminano la piazza parvero tede funerali poste a rischiarare un campo di morte.

Il dì appresso i Torinesi sbalorditi s'interrogavano per le vie e ripetevansi l'un l'altro: