«Dolce amico, ei sclamò, l'opera pia
Del tuo volume, deh! sacrar ti piaccia
Alla memoria della donna mia.
Ella che fida alla paterna traccia,
Amò gli eroi Sabaudi, e disdegnosa
Fremea dello straniero alla minaccia,
Ed ora innanzi a Dio canta festosa
Questo bel regno ausonico nel verso
Che a noi pingeva ogni diletta cosa;
Ella di nostre lagrime cosperso
Avrà in grado il tuo libro, ed io n'avrei
Per te conforto, io che fra cure immerso,
Sempre ho l'imagin sua negli occhi miei».
E sì dicendo per la man mi prese,
E mi addusse alla stanza, ove tu sei
Effigïata sì che fai palese[ii]
La nobil'alma nel gentil sembiante,
In che l'amico mio tanto s'accese.
A te, come a risorta, io trassi innante
Preso di meraviglia, e dai coralli
Del tuo labbro attendea parole sante.
Le rose e i gigli delle nostre valli
Ti fiorivano in volto, e fuor ti usciva
Dagli occhi il lampo de' siderei balli.
Irradïato di tua luce diva,
Vid'io converso in mistica Sionne
Il sacro ostello che d'intorno oliva.
O benedetta fra le itale donne,
Prendean vita per te le pinte mura,
I cherubi arpeggianti e le madonne[iii];