Nel dramma è rappresentato lo spettacolo di due forze straniere che vengono a cozzare sulla nostra terra, e forse non basta al compiuto trionfo del teatro, perchè fra quella barbara lotta non udiamo il lamento d'Italia, di questa novella Ifigenia, sagrificata all'ambizione di due superbi stranieri, se ne levi il coro
Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti, ecc.
Il poeta nazionale, nel cui pensiero, come ben avverte il Tommaseo, nè la tirannide longobarda era sacra, nè la conquista di Carlo era santa[22], in quel coro si leva gigante coronato di tutta la sua luce. Egli non è franco, non longobardo, non papista; egli si è innalzato al di sopra delle controversie dell'erudizione e della filosofia, e sfolgora nella sfera della giustizia suprema, donde guardando quaggiù alle superbie della polvere umana sente con Balbo, che signori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano; e nelle ultime strofe del coro dirette agli Italiani raccoglie la sintesi di tutto il dramma, il concetto vero e sublime del poeta che maledice, nella lotta delle Chiuse, vinti e vincitori, esclamando:
E il premio sperato, promesso a quei forti
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D'un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All'opere imbelli dell'arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col nuovo signore rimane l'antico,
L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti,
Si posano insieme sui campi cruenti
D'un volgo disperso che nome non ha.
CAPITOLO QUARTO
DAL PIRCHIRIANO A TORINO