L’arca costò 60,000 zecchini, siccome risulta dai codici reali. È dovere altresì tributare la meritata lode ad uno de’ più distinti fra i cittadini e gli ecclesiastici, il quale, sotto l’arcivescovo Monti ed il governatore Gusmano, amministrò il denaro, e s’adoperò perchè nel giorno fissato l’arca fosse compiuta senz’alcuna menda. Fu desso Primicerio Visconti, nipote per sorella di Federico, e venne trascelto dalla autorità ecclesiastica, dalla governativa e dal re, per la nobiltà del casato, i talenti ed il senno, e perchè appartenente alla famiglia Borromeo.

Gusmano per intervenire, come dissi più sopra, ed offerire e consegnare l’arca in nome del suo re all’arcivescovo metropolita, da Alessandria si recò a Pavia, indi a Milano, ove giunse il 2 novembre, antevigilia della festa di S. Carlo, disponendo le cose in modo, che dopo la solennità potesse restituirsi senza ritardo all’esercito. Venne modestamente in un cocchio tratto da sei mule nere, come esigeva lo scopo del viaggio; però dovunque passava, la plebe tripudiava, chiamando gli Spagnuoli liberatori dello Stato e terrore dei Francesi. S’udì qualche applauso, ma la gratitudine era più vivamente sentita nell’animo. Il governatore entrò in città verso le undici ore[216], sul far della sera; dopo un breve riposo in palazzo, sbrigò alcuni affari, diede, giusto l’uso, udienza, quindi recossi al Duomo per consegnare alle autorità ecclesiastiche l’arca di S. Carlo, già collocata dinanzi l’altar maggiore. Trovavansi presenti il cardinale arcivescovo, e a lui d’intorno i monsignori colle loro insegne.

Appena si sparse la voce della cerimonia, si fece calca di popolo, e fu d’uopo vietare l’ingresso in Duomo, poichè la moltitudine, allegra e curiosa, accorreva fra le tenebre, come fosse di pien meriggio. Voleva ciascuno vedere l’arca, come pure l’arcivescovo, essendovi in tanto concorso di cittadini e forastieri, molti che nol conoscevano; ma pochi vennero ammessi alla cerimonia.

Riferirò le parole con cui il governatore, colla dignità ed eloquenza conveniente a principe, consegnò il regio donativo all’eminentissimo Monti.

«Sua Cattolica Maestà, il re nostro Filippo IV, fra i presidj suoi, questo grandemente apprezzò sempre, che S. Carlo Borromeo nacque nel suo impero. Con speciale culto S. M. venerò ognora il nome e la memoria del Santo, adoperando zelantemente che lo venerassero del pari i suoi sudditi, e ne fu rimunerato con grazie celesti, delle quali ei serba riconoscente, e perpetua memoria. Egli è persuaso che specialmente pel patrocinio di S. Carlo, e l’intercedere di lui appo Dio, sia incolume, e fiorisca il cattolico impero e l’austriaca Casa, fugati e domi i nemici in ogni parte, e rivolta a danni loro la guerra accesa contro l’Impero e la Casa medesima. Volendo il monarca, mio signore, non già rimunerare sì grandi beneficj, ma dar prova di sua gratitudine, ordinò si costruisse quest’arca per collocarvi il corpo del Santo Arcivescovo suo protettore, ed ingiunse a me, infimo e fedelissimo suo servo, che oggi compiuta la consegnassi in dono a questa metropolitana, siccome faccio di presente. Supplico l’Eminenza Vostra che, in nome di S. Carlo, voglia accettare di buon animo e serbare questo dono, tenue per sè, ma grande se riguardasi l’animo e la divozione del donatore. Riceva quest’arca, nel cui splendore rifulgeranno le reliquie del gran Cardinale, come la purissima anima di lui lasciò risplendente questa patria e questa Chiesa per ottimi costumi ed egregie discipline. La riceva, dico, con pari benevolenza ed affetto, onde nelle preci e ne’ sacrifizj di questa cattedrale, rammenti di raccomandare a Dio O. M. la salute del re e l’incolumità dell’impero, che tributa onore ed ossequio al Santo.

«E degnisi, con eguale benevolenza, raccomandare me pure, ministro e pronto esecutore dei regi voleri, al patrocinio di S. Carlo, il quale, per favore singolare, già rese vittoriose le mie armi, che senza di lui non avrebbero potuto spingersi, dalla necessaria difesa dello Stato, fino sul territorio nemico. Del qual prospero esito, ci confessiamo debitori all’intercessione di lui appo Dio. Riceva finalmente l’Eminenza Vostra il donativo; un altro simile spera d’apparecchiare lo stesso re, colle ricchezze del suo impero, alle reliquie di Vostra Eminenza, allorquando, seguendo la vestigia di S. Carlo, giungerà al termine di questa mortale carriera[217]».

Tali furono i detti del Gusmano, pieni di riverenza per S. Carlo, e resi vieppiù efficaci dalla pietà e dal decoro dell’oratore. Più d’ogni altro ne fu commosso l’arcivescovo, non ammiratore soltanto, ma egregio imitatore delle virtù del Borromeo. Egli, edificato dalla divozione del re, e immaginando di trovarsi presente al Santo, così rispose:

«Fece la Maestà Cattolica quello ch’era conveniente e decoroso al re dei re, al potentissimo monarca del mondo cristiano, secondo l’insegnamento de’ genitori dell’avo, del proavo, e della lunga schiera de’ Cesari suoi antenati, di venerare i Santi come i più validi sostegni dell’Impero. Nè ciò mi giunge nuovo, avendolo a lungo osservato allorchè risiedeva come Nunzio apostolico alla Corte. S. Carlo, fra le altre sue virtù e le gesta immortali che gli meritarono la gloria celeste, procurò sempre, fino all’ultimo, di favoreggiare l’Impero e la Casa Reale, cui è affidata la tutela e la difesa della religione cattolica. Laonde meritamente venne mai sempre onorato, e lo è in oggi, dalla munificenza reale. L’arca, che sembra tenue donativo al possessore di tante ricchezze, da me e dal mio clero, è considerata preziosissima. Questo tesoro verrà da noi custodito, non solo pel suo valore, ma perchè collocato fra i monumenti della cattedrale, sia illustrato dai letterati, e rimanga modello ammirabile dovunque fia nota la splendidezza del donatore e il pregio dell’opera».

In tal modo favellarono il governatore e l’arcivescovo, presenti per trascriverne le parole e testificare quanto fecero i due illustri segretari Caimi e Platone, il primo eclesiastico, l’altro regio, i quali ne rogarono pubblico atto.

Così fu eseguita la consegna dell’arca; la notte stessa, l’arcivescovo, quasi colle proprie mani, vi depose il corpo di S. Carlo, colla mitra, la pianeta e gli arredi pontificali. Erasi dapprima ideato di coprirgli la faccia con una maschera d’oro, ma con più maturo riflesso si credè più semplice di lasciarlo scoperto il volto, nello stato cui l’avevano ridotto il tempo e la corruzione, che neppure risparmia le reliquie dei Santi. Una delle guancie trovossi guasta e corrosa, non tanto dall’età, quanto da uno stillicidio continuato per vent’anni, e prodotto dall’umidore del sepolcro, il quale non era stato ancora aperto ed esaminato[218].