L’altra guancia aveva meno sofferto, benchè non fosse intatta: il mento e la bocca, come rimangono colla dentiera allorchè consumansi le carni, serbavano una tal quale impronta della fisonomia. I vecchi erano commossi, ricordando il volto paterno del Santo, e lo guardavano compunti; anche i ritratti di esso comprovavano la rassomiglianza.
Altri scrittori descrissero la pompa solenne con cui si espose al popolo milanese il venerabile corpo del Santo 54 anni dopo la sua morte. L’arca venne tratta dalla sacrestia, e diligentemente chiusa dopo avervi riposto il corpo e deposta sovra l’altar maggiore alla venerazione, con gioja non scevra di rammarico. Il Duomo era addobbato in modo da imitare, per quanto è concesso agli uomini, col decoro, la splendidezza e la festiva ilarità, le eterne sedi dei Beati lassù in cielo. L’augustissima nostra cattedrale, che forse più di qualunque altra si spinge in alto, testificava l’allegrezza pubblica come se un altro popolo ed un’altra celeste città esultassero alla vista del Santo Pastore. Quanti adornamenti di palchi, arazzi, quadri[219], luminarie, immaginarono gli antichi e le moderne arti, quanti ne ideò con larghissimo dispendio lo splendido e intelligente nostro clero nelle pubbliche festività, tutti vennero in quel giorno adoperati. Splendeva corruscante il tesoro di S. Carlo collocato sul vecchio tumulo, gareggiando per ricchezza coi tesori dei re, i quali l’avevano arricchito di molti anelli e gemme votive al Santo, per gli sfuggiti pericoli, e pei trionfi ottenuti o impetrati da lui. Le statue e i simulacri argentei di alcuni tra essi ricordavano, a testimonianza delle ricevute grazie, i varj mali che affliggono l’umanità.
Il cardinale arcivescovo Monti celebrò il divino Sacrifizio e recitò il panegirico del Santo, come aveva fatto il cardinale Federico in un precedente anniversario. Gloria non comune di quell’età, che sommi arcivescovi fossero del pari sommi oratori! Graditissimo ai grandi ed alla moltitudine non solo per l’eloquenza, ma per l’elogio della generosità del re Filippo, riuscì il passo in cui il Monti, alzando gli occhi al cielo, apostrofò il Santo così:
«Celeste Carlo! decoro e corona de’ pontefici; un giorno nostro cittadino e pastore e padre di questa patria. Oggi ad onorare le tue reliquie e il nome tuo s’unisce il divino favore alla magnificenza del re di Spagna, il quale dona un’arca, che nessuna privata ricchezza avrebbe potuto offerire. Apparisce come costruita in cielo, che, per assecondare la divozione del re, fe’ scoprire meravigliosi cristalli, per formare un’arca degna del principe e in uno della purità del sacro corpo, che vince il fulgore di que’ cristalli».
Dopo l’ufficiatura, incominciò la processione; quattro vescovi sostenevano in apparenza l’arca, che era portata da uomini nascosti sotto il drappo che la cingeva. L’arcivescovo, quantunque mal fermo per recente malattia, sostenevala egli pure. I senatori portarono il baldacchino per un tratto di strada, scambiati da altri a seconda del grado e dei privilegi delle varie magistrature: il governatore la seguitava al suo posto con una torcia accesa. Sarebbe superfluo descrivere i consueti apparati della città, le contrade coperte di tele, le muraglie adorne di arazzi, i quadri ed altri oggetti preziosi, tratti dalle case dei ricchi, giacchè simili pompe si ammirarono altre volte in Milano.
L’ornamento tutto speciale di quel giorno fu la moltitudine, la quale a stento capiva nella città, e lo strepito che vi faceva. Rimasero quasi deserti i villaggi e le città vicine; e se il nemico avveduto sapeva profittare dell’occasione, avrebbe potuto facilmente impadronirsene. Molti giunsero dalle terre Venete, dalla Marca d’Ancona, dal Genovesato, dalla Svizzera, dai Grigioni, avendo calcolato il tempo del viaggio per arrivare il giorno della festa. Nè solo individui, ma intere famiglie, le donne coi loro bambini, i figliuoli seguendo i genitori, ovvero venuti nascostamente dalle vicinanze a Milano. Molti vecchi altresì, nobili e plebej, ciechi, storpj e afflitti da malattie si trascinarono, sì grande era il desiderio d’assistere alla solenne traslazione del corpo di S. Carlo ed invocarne il patrocinio; nè vi mancò una turba di mendichi. Seppi che parecchi mariti, che lo stato conjugale rendeva infelici, e mogli angosciate per le libidini degli adulteri consorti, accorsero con fiduciosa semplicità di cuore, che il geniale talamo deterso e santificato per occulta virtù di S. Carlo, e reintegrato il buon nome, la famiglia passerebbe dallo sprezzo e dalla disperazione ad un onesto e giocondo vivere; la quale fiducia o semplicità ebbero pure alcuni Milanesi.
Conosco certi tali che, afflitti per rovesci di fortuna o circondati da pericoli, sperando nell’ajuto del Santo, ottennero, o almeno affermarono d’aver ottenuto, grazie non meno evidenti di quelle che ricevettero i guariti da corporali malattie. E siccome di queste si narrano miracolose guarigioni, così viene assicurato che le più gravi dell’animo, ed i domestici infortunj, mitigò in quel triduo S. Carlo colla sua intercessione appo Dio, e molti videro prosperare i loro traffichi e rimarginarsi le ferite del cuore, secondochè avevano pregato e fatti voti.
Sessanta mila peregrini alloggiarono negli alberghi e nelle taverne; numero che venne notificato al pubblico. Aggiungasi altri moltissimi, i quali furono ospitati dai parenti ed amici, essendochè ogni casa, grande o piccola, era zeppa di ospiti, una parte de’ quali venne collocata negli abituri dei poveri, provvedendo al loro vitto, per non poter fare altrimenti attesa la ristrettezza in cui trovavasi ciascuna famiglia per tanta gente che aveva in casa.
I ricchi accaparrarono gli alloggi lungo tempo innanzi: perfino i collegi e i chiostri diedero a molti ricovero, e nondimeno fu ancora maggiore il numero di quelli che pernottarono a ciel sereno[220]. È facile l’immaginarsi lo strepito ed il tumulto che tanta folla di gente fece per le vie e specialmente in Duomo; urli, risse, sassi, coltelli, alcuni rimasero feriti ed uccisi. Rimbombava la cattedrale di un continuo fragore, eguale al ruggito di torrente, che, ingrossato da notturna pioggia, travolve giù per le roccie dei monti immenso volume d’acque.
Pure superavano quel fragore le grida e lo schiamazzío degli ossessi, i quali, alla presenza di S. Carlo, erano in siffatta guisa tormentati, che molti in quel giorno cessarono dal ritenerli inganni femminili, convinti che veramente gli spiriti infernali s’impossessano degli umani corpi, nelle viscere dei quali soffrono i martirj cui sono dannati. Consta, con bastante certezza, che in quel giorno furono liberate alcune donne, avvinte, secondo le apparenze, con inestricabili nodi da Satano.