[60]. Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.

Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese. In quel tempo (scrive il Settala nel Trattato della peste) il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.

Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.

Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati. Bibliot. Script. Mediol.

Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:

D. O. M.

A LODOVICO SETTALA
PER SPLENDORI DI NOBILTÀ E DOTTRINA CHIARISSIMO
ARCHIATRO DI FILIPPO RE DI SPAGNA
CITTADINO E SALVATORE DI MILANO
CHE VINSE LA MORTE QUANTE VOLTE VOLLE
E LA VINSE QUANTE VOLTE APPRESTO’ RIMEDJ
PUGNANTE COI MORBI E COLLA MORTE
COLLE SUE LUCUBRAZIONI
ANCHE DOPO LA DOMATA PESTE
PADRE AMANTISSIMO E DOTTISSIMO
I FIGLI CARLO VESCOVO DI CORTONA
E
ANTONIO INSIGNITO PIU’ VOLTE D’ONORI MUNICIPALI
OFFRONO TRIBUTO DI LAGRIME
MANFREDO POI CANONICO DI QUESTA BASILICA
NEL DOMICILIO DELLA SUA IMMORTALITÀ
UN MONUMENTO IMMORTALE
POSE
AI PRIMI IDI D’AGOSTO
L’ANNO INTERCALARE MDCLXXII

[61]. Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.

[62]. Tadino espone minutamente le prescrizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (Vedi Tadino, pag. 76.)

[63]. Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponi longhi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso. E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale, et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de’ sotterratori per interesse de’ vestiti dopo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degl’altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).