All’osteria del Pavoncino in Porta Romana.

In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.

Gli carri, che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole s’adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infette, erano circa cinquanta. (Somaglia, Alleggiamento.)

Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo. (Lampugnani, pag. 35.)

[70]. Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fussero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi. (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)

[71]. Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano. Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati. Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto più orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa. Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.

Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.

Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permesso spirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari. Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)

[72]. La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni, li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti. (Somaglia.)

Il Croce. Sino all’ultimo pertinacemente affermarono d’esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49.) Ed altrove aggiunge: che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere, sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli. (Pag. 52.)